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IL BABYWEARING: BENEFICI E CARATTERISTICHE

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Spesso, ci insegnano che non bisogna tenere troppo in braccio i nostri figli, pena il rischio di viziarli. Ma è davvero così

IL BABYWEARING

In molte culture tradizionali, la pratica di portare i bambini in braccio per la maggior parte della giornata è molto diffusa e di successo.
Nel mondo occidentale industrializzato, questa antica pratica sembra essere rinata in tempi recenti e prende il nome di babywearing. Letteralmente “indossare il bambino”. Il termine viene comunemente tradotto in italiano come “portare il bambino”, e nasce da una serie di studi scientifici che hanno analizzato il comportamento ed i bisogni fisiologici dei neonati.
Infatti, la biologia comportamentale definisce il neonato un “portato attivo”, ovvero un cucciolo che alla nascita è dotato di una serie di istinti, riflessi e comportamenti che lo predispongono al contatto diretto con il corpo dei genitori e quindi al babywearing.
A tal proposito è stato dimostrato come il contatto con il corpo del genitore sia un’esperienza multisensoriale che, grazie al fatto che oltre al tatto anche olfatto, vista e udito sono coinvolti, favorisce lo sviluppo anatomico, neurologico, motorio, linguistico, psichico e sociale dei più piccoli.

I GENITORI E IL BABYWEARING

Nella nostra società, i genitori sono convenzionalmente portati ad aspettarsi un bambino che si abitui in poco tempo alla distanza fisica da loro. Tuttavia, questo va contro le esigenze del bambino stesso e porta i genitori a disperdere un’enorme quantità di energie nel cercare di forzare un comportamento che, da molti studi, è stato individuato essere innaturale.
Dall’altro lato ci sono i genitori che hanno scelto di praticare il babywearing e che si vedono costantemente attaccati da chi valuta il bisogno di contatto fisico del bambino come l’ennesimo capriccio del piccolo.
A questo si aggiunge anche la fatica fisica di portare il bambino che, spesso, si unisce alla difficoltà emotiva di chi, come i genitori di oggi, è stato cresciuto con la vecchia idea del distacco fisico.
Per questo motivo, è fondamentale prendere spunto ancora una volta dalle culture tradizionali nelle quali i genitori che praticano il babywearing sono circondati dal sostegno e dall’aiuto di tutta la comunità. Nel nostro mondo industrializzato non è necessario avere un villaggio a supporto; basta semplicemente riuscire ad organizzare dei turni tra genitori (e perché no anche zii e nonni possono essere coinvolti), in modo tale che chi normalmente “porta” il bambino abbia modo di ritagliarsi delle ore per sé, per riposare.


QUALI ACCESSORI SONO I MIGLIORI?

Quando si pratica il babywearing ci sono numerose alternative, tutte ugualmente valide in base alle esigenze e alle abitudini dei genitori e dei bambini.
La più antica e semplice è la fascia porta bebè. Si tratta di un tessuto di stoffa di lunghezza variabile a seconda dell’altezza del genitore e che viene avvolta in modo appropriato intorno al corpo della mamma (o del papà) e del bimbo.
Per chi cerca qualcosa di più pratico, il marsupio permette di mantenere il contatto tra il corpo del genitore e quello del bimbo senza doversi impegnare ad eseguire la fasciatura.

IL KANGAROO MOTHER CARE

Mamma canguro è famosa per portare i suoi cuccioli nel marsupio, uno degli esempi di babywearing più conosciuti in natura.
Da questa pratica prende il nome la Kangaroo Mother Care, detta anche “marsupio terapia”. In particolare, questa pratica si rivolge ai bambini prematuri o nati sottopeso, poiché è stato dimostrato che, dopo una fase di ospedalizzazione, il contatto diretto con il corpo dei genitori porta i bambini a raggiungere più in fretta l’omotermia e, inoltre, è stato dimostrato che vengono allattati al seno meglio e si ammalano meno dei bambini tenuti solo in incubatrice.

Il babywearing è una pratica antica che oggi viene riscoperta alla luce di studi basati su un dato di fatto: i nostri figli ci chiedono fin da subito ciò di cui hanno bisogno, basta solo mettersi in ascolto.

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